Essere felici o peggio in pace: su “Sedute in piedi” di Giulia Scuro

Poetarum Silva

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C’è qualcosa di potentemente solitario nel primo libro di Giulia Scuro (Sedute in piedi, Oèdipus, 2017), sia rispetto allo scenario poetico odierno, sia per la situazione proposta, cioè il luogo della confessione laica per eccellenza, il chiuso delle sedute di analisi. Una doppia solitudine dovuta alla stessa operazione, spingere il confessionalismo alle estreme conseguenze postulando un’identità letterale tra autore e soggetto lirico (cosa ardita per un libro di esordio), e facendo al contempo andare in comico cortocircuito il dialogo terapeutico e ogni posizione di autenticità (e dunque, di fatto, sottraendosi allo sguardo nel momento di maggiore esibizionismo). La voce del paziente, colta nei momenti di massima sfiducia o caustica intemperanza, si diletta così a canzonare, provocare, sfidare l’analista (“Ora la lascio al suo bieco cantiere/ e mi accomiato con una banconota:/ della sua paga questa è la rata/ dovuta al mio errato bene”, p. 11…

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